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ROMA DA MORIRE (racconti noir)

Roma da morire

Quindici storie a tinte più che nere dove rancore e follia, vendetta e avidità, invidia e perversione si intrecciano fino a sfociare nella tragedia. Quindici vicende di persone comuni impaludate nelle sabbie mobili del delitto da cui neanche i tutori dell’ordine riescono sempre a venir fuori. Quindici racconti thriller ambientati nella Capitale tra il 1959 e oggi. Unica eccezione, Civitina che non fa all’ammore: si svolge a Gaeta, ma al caso si appassiona un villeggiante romano, il commissario capo Umberto Soccodato presente in tutti i romanzi e in vari racconti di Emanuele Gagliardi.

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I racconti:

Giulio deve morire! - Roma. Autunno 1976 – Irene Masino, moglie insoddisfatta e vittima delle convenzioni, impiegata presso uno studio di architetto, si illude di essere corteggiata da un affascinante medico, amico del suo datore di lavoro, che le rivolge attenzioni e galanterie. Quando però si sfoga con l’elegante dottore e gli racconta le sue traversie coniugali, questi si irrigidisce e tronca ogni contatto. Il marito di Irene, Giulio, mediocre avvocatuccio di periferia, una sera rincasa e le impone un umiliante e frettoloso amplesso sulle note di Un amore così grande interpretata da Mario Del Monaco. Alla frustrazione coniugale segue, alcuni giorni dopo, una lite furibonda provocata dal comportamento della figlia di otto anni. Dopo l’alterco Irene comincia ad essere ossessionata dalla canzone di Del Monaco e da un’idea fissa: Giulio deve morire!

Un delitto grigio - Roma. 26 giugno 1970. Gianluca Lo Bianco, calabrese di Mileto, 22 anni, studente di Legge, uccide con 22 coltellate la sua ex fidanzata diciannovenne Carla Valente. Compiuto il delitto, si reca in un bar, fa chiamare la polizia e attende gli agenti a cui si costituisce. Lui stesso si definisce “geloso e possessivo” e racconta che Carla, dopo settimane di liti, aveva deciso di scaricarlo. Dinanzi all’abbandono, qualcosa si è rotto nell’equilibrio psicologico forse già instabile di Gianluca. Si convince di essere un fallito, non sopporta il minimo contatto con il prossimo. Uccide e aspetta con ansia la reclusione per potersi estraniare definitivamente dalla vita sociale. Ma i genitori di Gianluca, persone in vista nel paese calabro, non si rassegnano e pagano un eminente criminologo sperando riesca a far dichiarare Gianluca infermo di mente evitandogli il carcere. Paradossalmente, più Gianluca insiste nel confessare le ragioni e la dinamica del delitto pregando di essere “lasciato in pace” in galera per il resto dei suoi giorni, più da elementi al criminologo per provare la sua insanità mentale.

Il salvavita - Roma. Novembre 1979. Un individuo con il volto nascosto da un passamontagna e da un paio di occhiali scuri irrompe nella stanza da bagno di Giulia Liverani, un’anziana signora facoltosa, attacca alla presa di corrente un phon e lo getta nella vasca in cui la signora si trova immersa. Una scintilla e la casa piomba nel buio. La vecchietta resta pietrificata nella vasca, grida disperata, ma non muore: da sempre intimorita dall’elettricità, la signora Giulia aveva fatto installare da pochi giorni un salvavita. Il commissario Umberto Soccodato è persuaso che l’attentatore sia da ricercare fra i parenti dell’anziana, indaga sulla vita privata di ciascuno ma si arrovella soprattutto su un particolare: quando la casa è piombata nel buio ma la signora ha cominciato a gridare rivelando di essere ancora viva, perché l’attentatore non ha portato a termine il suo progetto criminale?

Il quadro - Roma. Gennaio 2016. Sotto Natale, con la gente distratta o già in ferie, in una grande azienda sono arrivate promozioni e aumenti di stipendio distribuiti, come sempre, senza alcun criterio meritocratico. Ramona S., un’impiegata inetta che da un po’ di mesi si lavorava il dirigente per ottenerne i favori, viene promossa funzionaria, o “quadro” come pure si dice. Unanime il disappunto e la riprovazione, ma l’evento ha un impatto devastante soprattutto su una collega, brava impiegata e ottima madre di famiglia, che pur non avendo velleità di carriera comincia ad essere perseguitata da visioni di morte relative alla neo-funzionaria. Nella sua mente si accavallano mille e mille immagini sui modi con cui potrebbe far del male o uccidere Ramona. Dopo qualche tempo l’ossessione diviene insostenibile. La donna consulta prima il proprio medico, poi uno psicanalista, ma senza risultati. Con la speranza di lenire l’oppressione dei pensieri coatti decide di passare ad un’azione intermedia: simulerà un’aggressione, almeno per spaventare Ramona, per “farle prendere un colpo”… poi le dirà che è stato uno scherzo. Funzionerà? Una notte, Ramona sta tornando a casa dopo una serata al cinema con due amiche, la donna aspetta al varco il quadro. Ma qualcosa va storto: Ramona si spaventa, sfugge alla presa forse poco decisa della collega ma, disorientata e terrorizzata, non si accorge dell’arrivo di un furgone guidato da due teppisti in fuga. Ramona muore… 

Il comandante - Roma. Ottobre 1971. In un lussuoso appartamento del quartiere Coppedè, la quindicenne Stefania Supino muore strangolata un sabato sera mentre i genitori sono fuori casa. Vicino di casa e amico stretto dei signori Supino è il colonnello dei carabinieri Tiberio Marras, comandante della Stazione Viminale. Dell’omicidio si occupa la polizia, perché prima di morire la sfortunata ragazza è riuscita a chiamare il 113, ma l’alto ufficiale dell’Arma non manca di far sentire il suo “peso” cercando in tutti i modi di influenzare le indagini condotte dal commissario Umberto Soccodato. Nonostante gli indizi più evidenti lascino pensare a un furto finito male – sono scomparsi gioielli per cinque milioni da casa Supino e anche alcuni capi di biancheria intima – il commissario è più propenso a mettere in relazione l’assassinio con i misteriosi furti di lingerie che si verificano nel quartiere dall’inizio dell’anno. Altri particolari inducono Soccodato a perseverare sulla sua pista: un disco trovato tra le mani della ragazza morta, quasi un messaggio in extremis per rivelare l’identità dell’omicida e l’inattesa comparsa della refurtiva in possesso di due modesti pregiudicati molto (troppo, secondo il poliziotto) lontani dall’ambiente teatro del delitto.

Civitina che non fa all’ammore -  Gaeta. Luglio 1983. Da qualche settimana in tutta Italia si boccheggia di giorno e pure di notte, oppressi da un’umidità densa. Cielo di smalto, mare piatto color zaffiro, brulichio di gente in acqua, sulla battigia, sotto gli ombrelloni. Voci, musiche, odore di lantane e di creme solari sull’orizzonte incandescente. L’unica cosa che non ci dovrebbe stare in questa assolata pittura estiva è il corpo senza vita di una ragazza giovanissima ingiuriato dall’ingordigia di insetti e uccelli. Quelli che l’hanno trovata, dietro le cabine in un tratto di spiaggia libera, erano stati incuriositi dall’assembramento di gabbiani che svolazzavano, si posavano e poi rivolavano intorno a qualcosa che pareva un montarozzo di rena e stracci ammucchiati. Il cadavere di una ragazza abbandonato sulla spiaggia è cosa che strattona il pigro succedersi dei giorni balneari, si capisce. Se ne parla in albergo, se ne parla allo stabilimento, se ne parla al bar. Ipotesi, teorie, supposizioni. Per adesso di certo c’è l’identità della vittima: si chiamava Civita Di Schino, aveva sedici anni, studiava ragioneria all’Istituto Tecnico Gaetano Filangieri di Formia…

Un angelo all’inferno - Tafofobia. Deriva dal greco taphos, che vuol dire sepolcro. È la paura ossessiva di essere sepolti vivi. Oggi è rara e nemmeno ha importanza clinica, al più la si considera una forma estrema di claustrofobia. Nei secoli scorsi, però, ne era afflitta parecchia gente. Probabilmente per la quantità di racconti terrificanti che servivano a tener buoni i bambini o a instillare il timore del castigo nei giovani sfrenati. Esiste, è vero, una discreta casistica di corpi esumati che all’apertura della bara sono stati trovati in posizioni diverse da come erano stati deposti, ma ciò si può spiegare scientificamente con la pressione dei gas putrefattivi. Mario Savini tra poco saprà di cosa si tratta. Non tornerà indietro a raccontarlo, ovvio, però vedrà e sentirà tutto… “Non sono morto! Non sono morto! Vieni qua! Sentimi il polso! Guardami le pupille! Ah, ‘sto maledetto lenzuolo! Oddio! Non sono morto!! Non sono mortooooo!!”

La gattara - Basato su un reale fatto di cronaca avvenuto a Roma a inizio 2017 in Via Macedonia, all’Appio Latino, il racconto è retrodatato all’estate 1980. Anna Pelliccioni, anziana “gattara”, vedova, residente in Prati, ogni giorno porta da mangiare ai suoi amici a quattro zampe. Un’assolata e deserta mattina di agosto, la avvicina una distinta signora che si presenta come Carla Ortese e attacca discorso: racconta la triste storia dei propri gatti morti recentemente a poca distanza l’uno dall’altro e le propone in regalo vari oggetti appartenuti ai suoi mici (trasportini, cucce, etc.). Anna accetta. La signora si offre di portarle tutto direttamente a casa facendosi accompagnare dalla figlia che ha l’automobile. Fissano un appuntamento per il pomeriggio del sabato successivo. Ma una brutta sorpresa attende tanto l’ingenua “gattara” che la signora Ortese…

Adele del Mandrione - Roma. Primavera 1959. Alla vigilia degli esami di Maturità un giovanotto decide di iniziarsi al sesso e, su consiglio di compagni più smaliziati, cerca una prostituta fra le baracche costruite sotto gli archi dell’acquedotto Felice a Via del Mandrione. Zingari color terra, emigranti meridionali coi vestiti buoni da tempo ridotti a stracci, puttane, ragazzini zozzi di melma come i cani che rincorrono per giocarci o per prenderli a sassate. Curiosi, indifferenti, sorridenti, cattivi, volti di dannati carichi vitalità. Fumano, ridono, parlano o stanno zitti. Al Mandrione conosce Adele, una delle “lupe” che vivono e battono all’ombra degli archi antichi. Una Mamma Roma con grosse tette e gambe secche che lo prende a benvolere, lo inizia con pazienza ai piaceri della carne, diventa quasi un’amica. Ma tra il fango e i tetti di bandone in questa anticamera del Purgatorio non c’è spazio per i sentimenti…

Per interrompere la corrente all’ascensore infrangere il vetro - Roma, 15 agosto 1969. Roberto Berti è un uomo come tanti, con una vita come tante, una famiglia come tante… È dirigente alla SOGENE, importante società edilizia che ha la sede in Piazza Stefano Jacini, a Vigna Clara. Berti ha scoperto che il collega Luca Taglieri ruba denaro alla Società e da un po’ ha pure una relazione con sua moglie. L’ossessione della vendetta si insinua imperiosa nella mente di Berti. Come un maligno fantasma, lo condiziona a fuoco lento. Lo costringe a concentrare lo sguardo, ogni volta che ve ne è occasione, su una cosa apparentemente insignificante: l’interruttore, che spesso si trova insieme con il pulsante di chiamata di tanti ascensori, dentro la cornicetta con scritto Per interrompere la corrente all’ascensore infrangere il vetro…

Compagni di scuola - Uno scapolo ultraquarantenne si imbatte casualmente in Fiorella, compagna di scuola alle elementari e alle medie. “C’era qualche ruga intorno agli occhi, a guardare bene, ma per me era tutto come allora". Fanno colazione insieme in un bar, poi lui si fa coraggio e la invita a pranzo. Non ci sperava, invece Fiorella accetta e addirittura, usciti dalla trattoria, gli chiede di fare un salto a casa sua per il caffè! “è stato come se qualcuno mi avesse dato una spinta! Non riuscivo a pensare ad altro che a congiungere la sua bocca con la mia. Finalmente avrei conosciuto il sapore delle sue labbra per anni solo immaginato… Ma Fiorella s’è ritratta e s’è allontanata con uno strattone! Non saprei riferire cosa abbia provato. Potrei affermare che non tanto il rifiuto in sé mi abbia fatto perdere il lume, quanto la sua espressione di ribrezzo! Le facevo schifo, ormai era chiaro! E così ogni fantasia, ogni anelito, ogni speranza si frantumavano su quella smorfia di disgusto…”

Con un piccolo cane - Roma, 26 ottobre 1988. Mentre si reca dal proprio psicanalista, Giulio Riciniello, un insegnante originario di Fondi, si diverte ad ascoltare le chiamate al radiotaxi, localizzare mentalmente le vie da cui provengono e immaginare il percorso per raggiungerle. A un certo punto la centralinista chiama: «Con un piccolo cane, Via dell’Olmata 9 alla clinica Santa Elisabetta…». «Non tutti i colleghi sono disposti a far salire animali in macchina, pure se di piccola taglia», spiega il taxista. “Evidentemente il ‘piccolo cane’ ha scavato nel mio inconscio e ci si è infilato per ricomparire la stessa notte e le notti successive in un sogno che tutte le volte m’inquieta e mi lascia una sgradevole sensazione di sfiancamento mentale”… Alcune settimane dopo Giulio Riciniello viene trovato impiccato sotto la cabina dell’ascensore nel palazzo ove ha lo studio il suo psicoterapeuta. In tasca ha un registratore su cui ha inciso una drammatica confessione…

Nuvole nere - Roma, 3 settembre 1965. Nel giro di una notte un nubifragio ha trasformato in laguna le borgate di Roma Nord. Tredici morti e oltre quattromila senza tetto. Ma Roma è la città del morto-un-Papa-se-ne-fa-un-altro, così per quelli che non si sono ritrovati casa allagata o trascinata via dalla corrente, la vita continua. C’è anzi una specie di smania e la gente, magari pure perché è venerdì e perché ogni tanto la pioggia concede un po’ di tregua, pare non avere voglia di andarsene a casa. Solo Flora, 21 anni, commessa alla STANDA di Viale Trastevere, sembra avere fretta. Tullio, il fidanzato, le ha fatto l’improvvisata e l’ha portata al Reale a vedere I complessi, ma le si legge in faccia che è contrariata e sta con la testa altrove. All’uscita dal cinema rifiuta l’invito a cena di Tullio e salta sul tram 13. Tullio la segue in taxi. Ricomincia a piovere. Un rovescio che si trasforma presto, com’è d’uso a Roma, in apocalisse. A Largo Preneste Flora scende. Dovrebbe prendere il 312 per andare casa, invece si avvicina a una fiammante 1600 e parla con l’uomo alla guida. Poi quello scende: è un tipo alto, corpulento, un colosso tutto fasciato in un doppiopetto di ottimo taglio, capelli brizzolati della mezza età. “Ecco perché c’aveva tanta prescia, la stronza!” pensa Tullio. E gli viene su il fiele.

18 ½ - Roma, maggio 1974. Un bel sabato assolato di maggio, una ragazza sui 16-17 anni ritrovata morta da un sarto-pescatore sotto Ponte Duca d’Aosta . Strangolata, ma prima percossa e violentata brutalmente. Si chiamava Maria Chiara Parodi, seconda di due figlie di una famiglia benestante, studentessa al penultimo anno del Liceo Classico all’Istituto De Vedruna di Via Giuseppe Montanelli, poco distante da casa. Il pomeriggio del giorno avanti era uscita per andare a ripetizioni di Inglese e non è più tornata. Il commissario Umberto Soccodato scopre gli altarini dell’apparente famiglia-modello: la sorella maggiore Caterina, che non appare troppo affranta, rivela che Maria Chiara intratteneva un rapporto molto stretto, forse saffico, con una certa Loredana… Tre giorni dopo il drammatico ritrovamento, scompare Giovanna Salvi, compagna di classe di Maria Chiara. Pure lei non è rientrata dopo la lezione privata di Inglese…

Oggi di dice “stalker” - Roma, aprile 2017. Maria Paone ha 50 anni e una laurea in economia e commercio. Non ha lavoro e sta a casa con la mamma. Inoltra domande, invia curricola per le poche offerte riservate agli over 35, e naviga su internet. La pagina Facebook l’ha aperta senza entusiasmo, più per non sentire la sua amica Doriana ripetere che “ormai ce l’hanno tutti!” Quando tra le richieste di amicizia le compare il nome di Maurizio Stefanelli, per qualche istante non realizza… Somigliava a Tony Hadley degli Spandau Ballet, Maurizio. Stessa altezza, si vantava: uno e novantatre. In più aveva gli occhi verde-giallo da principe alieno! Le compagne di scuola sbavavano per Maurizio. Maria come e più di loro. Sospettosa, la Paone è convinta che Maurizio l’abbia cercata solo per divertirsi a vedere come è diventata dopo trent’anni e magari burlarsi di lei com’era solito fare ai tempi del Liceo. Ma già dalla prima conversazione in chat deve ricredersi. Maurizio sembra cambiato. È sempre sarcastico, ma è maturo e affettuoso, oltre che ancora bello, come attestano le foto. Le chat con Maurizio diventano sempre più frequenti. Per Maria sono il fulcro delle lunghe giornate da single disoccupata. Parlare di persona sarebbe ancora più bello, però…